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L’elezione del nuovo segretario FAO. Come cambiano gli equilibri mondiali dell’alimentazione

di Carlo Triarico

da Greenreport, 11 luglio 2019

Con l’elezione del viceministro cinese dell’agricoltura, Qu Dongyu, a segretario generale della Fao, avvenuta domenica scorsa durante la 41esima Conferenza generale, si è palesato quanto siano ormai mutati gli equilibri internazionali sull’alimentazione e l’agricoltura. A dirigere l’organizzazione dell’Onu per l’alimentazione con sede a Roma è stato, per otto anni, il brasiliano José Graziano Da Silva, che chiuderà il suo secondo e ultimo mandato ad agosto. La circostanza che Cina e Brasile appartengano entrambi e al potente raggruppamento di Paesi detto G77, che ha sostenuto la candidatura cinese, non deve certo indurre a pensare che si tratti di una scelta di continuità. Questo non solo perché le politiche agroalimentari brasiliane sono cambiate rispetto a 8 anni fa, ma soprattutto perché la diretta presa in carico cinese della leadership sulle politiche agroalimentari dell’Onu segna un punto di svolta di portata storica.

La Fao, pur obbedendo ai complessi equilibri delle diplomazie internazionali, ha ben rappresentato negli anni l’importanza delle agricolture contadine e della sovranità alimentare in un mondo che invece tende a valutare il cibo una commodity e l’alimentazione un terreno fertile per le speculazioni finanziarie. I numerosi progetti Fao a dimensione locale, le sue azioni mirate alla cultura e all’emancipazione delle popolazioni e la capillare diffusione di interventi territoriali agroecologici hanno costruito quel contesto con cui l’organizzazione è arrivata all’annuncio, dello scorso anno, in favore di una nuova strategia mondiale dell’alimentazione, col definitivo abbandono della “rivoluzione verde”, dell’agricoltura industriale iperproduttivista e con l’adozione della via agroecologica. L’elezione del nuovo segretario generale poteva confermare o invertire quella scelta strategica, che è apparsa subito in palese contrasto con gli interessi dei maggiori gruppi mondiali dell’agroalimentare, che operano ormai in un regime di oligopolio e addirittura di monopolio rispetto alla proprietà dei semi. Come è noto oltre il 60% della genetica agraria mondiale è in mano a tre multinazionali, che controllano ugualmente la tecnica agrochimica e influenzano i mercati del cibo, detenuto per il 70% da una decina di gruppi, in assenza di vere autority regolative del fenomeno. Il modello agroecologico è infatti polare rispetto al modello tecnocratico dei brevetti e delle grandi concentrazioni agroalimentari, che cresce con gli oltre 820 milioni di affamati nel mondo.

Come afferma il lungimirante messaggio della Conferenza Episcopale Italiana dello scorso 31 maggio, per la Giornata per la custodia del creato che cadrà il primo settembre, occorre favorire l’agricoltura biologica, secondo una conversione ecologica che realizzi la prospettiva di ecologia integrale della Laudato si’ e si opponga agli interessi che monopolizzano la ricerca delle tecnoscienze relate alla biodiversità, salvando la biodiversità per agire sulla povertà, rinunciando alle concentrazioni e alle monoculture.

L’Unione europea, che pure ha indirizzato la politica agricola comune (PAC) verso la sostenibilità, manifesta i suoi limiti con scelte talvolta contraddittorie, guidate da un assetto politico istituzionale strutturalmente debole. Così, mentre da un lato rifiuta il paradigma agricolo degli OGM, da un altro registra le azioni di diversi suoi commissari per l’introduzione di questi in Europa e addirittura ammette la concentrazione della Monsanto nella Bayer, che tanti dubbi ha destato in termini di posizione dominante. Nella partita per l’elezione del segretario Fao, l’Unione europea ha seguito la scelta del presidente francese Macron di candidare Catherine Geslain-Lanéelle, sostenitrice dell’agricoltura biotecnologica, già dirigente del ministero francese dell’agricoltura e amministratore delegato dell’Efsa, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare su cui si sono poi abbattute numerose polemiche, per aver assolto il glifosato (sostanza erbicida ritenuta probabilmente cancerogena dallo Iarc), utilizzando per la maggior parte studi delle industrie, non pubblicati da riviste scientifiche. Macron nella campagna elettorale del novembre 2017 si era espresso nettamente contro l’autorizzazione all’uso del glifosato, salvo poi cambiare idea da presidente e definirlo indispensabile per l’agricoltura francese. Ma più ancora la gestione dell’Efsa fu giudicata opaca sotto la conduzione di Geslain-Lanéelle quando, nel 2010, emerse che diversi suoi dirigenti venivano reclutati da organizzazioni coinvolte in attività prossime agli interessi delle industrie del settore, a tal punto che il Parlamento Europeo fu costretto a sospendere i fondi destinati all’ente. Giusto lo scorso 15 maggio, la candidata francese si è recata negli Stati Uniti dove, secondo le rivelazioni del quotidiano britannico The Guardian, avrebbe assicurato l’amministrazione Trump di non condividere le politiche europee in materia di biotecnologie, gestione del patrimonio genetico della biodiversità e agrochimica.

Un opaco scenario in cui, con 108 voti favorevoli su 191 Paesi, ha prevalso il candidato di Pechino, insieme alla promessa della diplomazia cinese di voler favorire un dibattito più ampio nella società civile, per le scelte di indirizzo che caratterizzeranno la Fao su biotecnologie e industria agrochimica.

L’elezione di Qu Dongyu, raggiunta già al primo turno con la maggioranza assoluta, a fronte di soli 71 voti per Geslain-Lanéelle, conferma e rafforza la politica sinocentrica a carattere paternalistico che, accompagnata a grandi investimenti nei paesi d’interesse, aggrega ormai intorno alla Cina un’area vasta di influenza. La Repubblica Popolare vorrà giocare sempre più un ruolo primario nell’Onu a partire dalle politiche dell’alimentazione. Scelta questa che appare non solo strategica nel contesto della guerra politico commerciale con gli Stati Uniti, ma persino destabilizzante della storica polarità tra prospettiva atlantica e centralismo orientale. La capacità di penetrazione degli interessi cinesi, infatti, va ormai dall’Estremo Oriente, all’Africa, fino al Centro e Sud America, premessa questa di nuove polarizzazioni delle relazioni internazionali.

Come mostra la mancata elezione della candidata francese, in mezzo ai mutamenti resta l’inespresso potenziale europeo che, pur gravato nell’immediato da una debolezza politica e ideale, avrebbe tuttavia le qualità per esprimere un futuro indirizzo agroecologico del modello produttivo e delle relazioni sociali e fecondarlo col suo patrimonio di valori, fondato sulla solidarietà, i diritti umani e l’essere umano come soggetto libero.

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