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Agromafie che speculano e avvelenano

L’OSSERVATORE ROMANO, 8 settembre 2018, pag. 5, di Carlo Triarico

C’è del marcio nel piatto! La denuncia non è il grido di un folle, ma il titolo del documentato dossier (Milano, Piemme, 2018, pagine 216, euro 17,50) di due intellettuali tra i più limpidi. Gian Carlo Caselli è ispiratore della legge italiana contro il caporalato, una delle più avanzate al mondo e Stefano Masini è un infaticabile difensore della vocazione ambientale dell’agricoltura. Grazie a loro disponiamo di una spietata indagine sugli attentati alla sovranità alimentare in corso, finalmente con nomi, numeri, colpevoli e vittime. Il loro studio ha restituito voce al cibo attraverso storie raccapriccianti di speculazioni, illegalità, sprechi e sofisticazioni, che non permettono di ignorare il fenomeno. Si tratta di una voce attesa, perché dietro ha le vittime silenti, gli agricoltori e i cittadini, specie i più poveri, specie quelli delle aree emarginate, esseri umani condannati al cibo spazzatura, contadini strozzati e schiavi destinati al giogo dei caporali.

L’Italia, con la sua produzione di alta qualità e il suo sistema fragile, è uno dei campi di battaglia della guerra del cibo, che vede i cartelli commerciali e la speculazione finanziaria sulla nutrizione, freddi complici dell’illegalità nei campi e in tavola. Come sostiene il sottosegretario italiano all’Agricoltura Alessandra Pesce, il caporalato non va letto quale problema endogeno dell’agricoltura, ma affrontato come una delle declinazioni del malaffare, che si insinua nelle pieghe dell’agroalimentare perché opera nelle aree deboli della società, dove c’è miseria, prezzi ingiusti, crisi di diritto e conseguente strame di uomini.

A sostegno dei mostri delle agromafie che speculano, avvelenano, sofisticano, o sottraggono il cibo, c’è purtroppo anche la banalità servizievole di tante “brave persone”. Ci sono i decisori politici al servizio discreto di lobby inconfessabili e ci sono gli speculatori dai colletti bianchi, che non assumono l’aspetto di orchi. Recentemente Paolo De Castro, già ministro italiano dell’Agricoltura, ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica la pratica delle aste a doppio ribasso sul cibo, un sistema di acquisto delle derrate alimentari con cui grandi gruppi riescono spesso a strozzare gli agricoltori e carpire merci a prezzi scontati. Si tratta di una delle tante pratiche da vietare, solo una nel grande sistema della finanziarizzazione del cibo: l’agenda speculativa di portata mondiale, che comanda le merci, scommette e guadagna sui prezzi futuri delle partite alimentari e condiziona, su base finanziaria, non solo i costi, ma anche le politiche, le sentenze, e la concreta disponibilità del cibo per tutti. È una realtà mortale, che solo una moratoria internazionale potrà indurre a governare.

Le storie del libro di Caselli e Masini divengono così narrazioni coerenti della grande bisca agroalimentare di cui siamo giocatori inconsapevoli, in cui un pomodoro cinese diventa giuridicamente italiano, un alimento ottenuto senza rispetto dei diritti umani supera ogni barriera doganale e un cibo spazzatura è riabilitato distorcendo le ricerche scientifiche. Il libro insegna che a decidere il finale della storia saremo noi, tutti noi che compriamo alimenti malpagati all’agricoltore e ce ne rallegriamo, accettiamo etichette ambigue in cambio di uno sconto, ignoriamo importazioni spregiudicate a danno di popolazioni del Sud del mondo e sosteniamo indirettamente, con le scelte quotidiane, un combinato disposto, che condanna i nostri agricoltori al fallimento ed esige un prezzo in termini di patologie di origine metabolica.

Davanti alla denuncia del marcio, Caselli e Masini pongono la richiesta di una riforma dei reati in materia agroalimentare, nel rispetto di principi non negoziabili a tutela dei cittadini. È evidente che i sistemi giuridici e giudiziari manifestino oggi un’intrinseca debolezza verso chi ha più potere ed è in grado di elaborare condizionamenti, in sede legislativa e tecniche sofisticate di elusione della legalità, in sede processuale. È un fenomeno che mette in crisi anche l’Unione europea e le grandi istituzioni sovranazionali. Su di esso è necessario si affermi la preminenza dell’interesse comune, come ha insegnato la recente, insperata, sentenza Usa, che ha visto un giardiniere colpito da cancro battere in giudizio, con un rimborso milionario, la multinazionale Monsanto e il suo erbicida. Ha prevalso il riconoscimento dell’interesse generale, che esige trasparenza e onestà nell’informazione su certe sostanze.

Così regole chiare, etichette parlanti e politiche oneste dimostreranno via via quanto sia falso che il diritto e la giustizia ostacolino il mercato, e quanto invece la loro osservanza concreta contro il malaffare assicuri benessere. L’urgenza di una normativa libera da ambiguità e di una vigilanza popolare per politiche sane a garanzia dell’alimentazione, della salute e dell’ambiente sono obiettivi alla portata. Come dice bene Carlo Petrini nella prefazione al libro, agricoltura, nutrizione, ambiente, giustizia devono essere interconnessi, se vogliamo conquistare politiche sociali credibili.

La lezione di Caselli e Masini riprende una pagina meno celebrata della prosa gramsciana, la fabulistica sociale, amara, di alcune lettere dal carcere. La veridicità dell’immaginario popolare, dalla forza mite e rivoluzionaria, è parte di un’azione per la riconquista della sicura saggezza del cibo, rispetto all’omologazione. Una vocazione popolare questa, che emerge, storia dopo storia, nel racconto di fatti quasi incredibili, che tanto più dovevano apparire materia per gli addetti ai lavori, tanto più il testo fa riconoscere, quali sono, di interesse comune.

Davanti ad essi c’è la necessità di ristabilire l’alleanza tra cittadini e contadini e fondare una scuola alimentare, contadina nell’accezione di don Milani, che edifichi cultura sociale e riscatti il patrimonio alimentare con la legalità, la conoscenza e la riconoscenza del cibo.

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