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Quando si truccano i giochi – Informazione scientifica sotto accusa

L’OSSERVATORE ROMANO – sabato 7 ottobre 2017

di CARLO TRIARICO

Quando sono in gioco gli interessi di grandi gruppi economici, possiamo fidarci della comunità scientifica e dei media? Quanto avviene intorno al ricco commercio del glifosato, il potente erbicida indicato come probabile cancerogeno dallo Iarc (Istituto internazionale per la ricerca sul cancro) alimenta dubbi. L’uso del glifosato costituisce un affare, specie da quando sono state manipolate geneticamente le piante per ottenere ogm capaci di sopravvivere al potente erbicida e nelle stesse mani si sono concentrati i brevetti di semi e principi chimici da vendere agli agricoltori. Alla nascita, nel 1974, il glifosato era descritto dagli scienziati come facilmente biodegradabile.

Il tempo ha dimostrato altro. Il glifosato infatti è stato messo sotto accusa negli Stati Uniti da oltre 3500 vittime (o loro parenti), colpite dal linfoma detto non Hodgkin, rara forma di tumore. La magistratura statunitense ha così costretto la Monsanto, multinazionale produttrice dell’erbicida Roundup a base di glifosato, a rendere pubbliche le carte riservate sulla questione. Fin qui le premesse di un caso sanitario e giudiziario.

A scoprire il vaso di Pandora ha pensato «Le Monde», che alcuni mesi fa ha esaminato i primi dati dei Monsanto Papers e messo in evidenza una gran mole di documenti e una trama di influenze e ingaggi con lo scopo di pagare giornali e scienziati influenti, per pubblicare studi preconfezionati favorevoli al glifosato e al suo modello agricolo. Sono anche emerse le attività per screditare e danneggiare lo Iarc e altri istituti che hanno pubblicato studi allarmanti. Soprattutto è emerso che parti rilevanti delle valutazioni del rischio più rassicuranti in favore del glifosato sono state copiate dai documenti della stessa Monsanto. Lo scandalo ha coinvolto persino l’Efsa, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare, fatto grave per un’autorità che dovrebbe tutelare agricoltori e cittadini.

In una nuova inchiesta sui Monsanto Papers «Le Monde» del 5 ottobre ha enunciato l’esistenza di una frode scientifica nota come ghostwriting, con cui la società cela la paternità dei propri scritti, facendoli firmare da scienziati ufficialmente indipendenti. Il fenomeno descritto coinvolge giornali, accademie, insigni scienziati, insospettabili riviste scientifiche. Il mercato delle prove scientifiche per assolvere il modello nelle multinazionali, a quel che emerge, ha un suo tariffario. Si può risparmiare, ingaggiando nomi e accademie meno rilevanti. Ma quando è un istituto come lo Iarc ad attestare la pericolosità della sostanza e non desiste, e quando ciò avviene proprio alla vigilia della decisione dell’Unione europea che potrebbe impedirne il commercio nel continente, allora vale la pena di spendere di più. Così le tariffe arrivano fino a 220.000 euro. Altri scienziati propendono per una tariffa quotidiana di circa 1700 euro.

Accade così che vengano pubblicate le valutazioni previste da Monsanto, nelle aree disciplinari che la multinazionale ritiene strategiche, su riviste ufficialmente soggette a un rigoroso lavoro indipendente. Per esempio il prestigioso «Journal of Toxicology and Health Environment» e la «Critical Reviews in Toxicology», sono stigmatizzati da «Le Monde», che ha notato come gli autori abbiano ricevuto da Monsanto compensi per gli articoli. E dal lavoro di simili scienziati provengono valutazioni scientifiche denigratorie degli avversari e assolutorie per i prodotti sospetti.

La riservatezza favoriva la sfrontatezza. Compaiono trattative sui compensi e rassicurazioni sugli esiti delle indagini addirittura prima del loro inizio. In alcuni casi emerge che scrittori che lavorano ufficialmente per Monsanto si lamentino di non poter firmare i propri scritti, attribuiti invece ad autorevoli scienziati che diventano a volte opinionisti stabili e divulgatori sui media. «Le Monde» riporta diversi casi: per esempio, il biologo statunitense Henry Miller sulla rivista economica «Forbes» e quindi associato dell’Istituto Hoover della Stanford University. Dopo l’inchiesta di «Le Monde», sono spariti da Forbs.com gli articoli del biologo, ma quando Monsanto apprese che stava per essere divulgato lo studio dello Iarc che avrebbe condannato il glifosato, è proprio a Miller che si rivolse, consegnandogli uno scritto volto a screditare lo Iarc e che sarà poi pubblicato a suo nome pressoché identico. E sono costanti gli attacchi del biologo all’agricoltura biologica, nella campagna del «Wall Street Journal» e del «New York Times» a favore dei pesticidi e degli ogm.

Il fenomeno è noto anche altrove e sarebbero necessari provvedimenti per la trasparenza delle carte e della formazione delle decisioni, per esempio a proposito dell’agricoltura biodinamica. La libertà scientifica e quella di espressione sono oggi minacciate più dall’industria scientifica e dalle potenti lobby economiche, che non dalle riserve o dai divieti ideologici. Le decisioni da cui dipendono la salute dei cittadini e il futuro dell’agricoltura vanno affrancate da un gioco truccato.

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