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Camera dei Deputati Conferenza Stampa presentazione libro “L’agricoltura è sociale”

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Cliccando sull’immagine è possibile vedere la Conferenza Stampa presieduta dall’onorevole Paolo Cova che si è tenuta Mercoledì 7 Giugno 2017 presso la Camera dei Deputati per la presentazione del libro L’agricoltura è sociale – Le radici nel cielo: fattorie sociali e nuove culture contadine a cura di Roberto Brioschi

Dal minuto 12′ circa è possibile sentire il mio intervento.

AGGIORNAMENTO 8/9/2017: Poiché sul sito webtv della Camera dei Deputati non è più possibile vedere il video della Conferenza Stampa riporto di seguito  il testo del mio intervento

Intervento di Carlo Triarico – Camera dei Deputati mercoledì 7 giugno 2017

Una azione legislativa si accompagna ad una profonda riflessione di tipo culturale ed operativo. Per affidare i diritti che sono proclamati da un esecutivo – considerato non solo in termini di “governo” ma anche di coloro che nelle amministrazioni e nelle applicazioni pratiche dovrà poi rendere la norma concreta –  occorre che ci sia un apparato che quei diritti garantisce, altrimenti il rischio è che tali proclamazioni risultino vuote.

Tutto quello che si è mosso in questo Paese per fare dell’Agricoltura Sociale non una aggiunta rispetto all’agricoltura tradizionale – troppo spesso priva di senso – ma una umanizzazione agricola con una razionalità molto forte, non può che renderci orgogliosi. La Legge 141/2015 è un passaggio importante in termini innovativi: essa si basa su una considerazione che sul libro colpisce immediatamente perché di agricoltura sociale si parla, però spesso se ne parla declinandola e confinandola a quelle aggiunte che possono essere le fattorie sociali oppure l’aiuto ai disagiati, più o meno occasionale, quando invece qui se ne vuol fare un lavoro strutturale. A me pare evidente che i tempi ci impongano di prendere in considerazione, dal un punto di vista strutturale, una declinazione dell’agricoltura a pieno campo.

La questione forte dei nostri tempi è avere, con l’industrializzazione, spostato l’identità dell’agricoltura sui processi produttivi ed economici, che ne sono ovviamente parte centrale, ma che sono sempre stati, storicamente, accompagnati ad altri due aspetti: quello giuridico e quello culturale. Per quanto riguarda la regolazione dei rapporti, la cosiddetta sfera giuridica, l’agricoltura ha saputo realizzarla dapprima attraverso consuetudini locali come i patti agrari, che sono storia comune in tutto il nostro Paese, e poi attraverso le riforme agrarie. Per quanto concerne la sfera della cultura è innegabile che l’agricoltura abbia fatto cultura e immaginario. E propriamente queste tre sfere, l’economia, la cultura e il giuridico, definiscono l’attività sociale.

L’identità dell’agricoltura è sociale, deve sì basarsi su una sana economia, però non è un’aggiunta a quella identità agricola un po’ snaturata tipica dell’industrializzazione. Recuperare questa dimensione significa riconoscere anche in termini economici la valenza dell’agricoltura. Perché il paradosso è questo: se smettiamo di definire l’agricoltura unicamente come attività di produzione le possiamo riconoscere tutta una serie di azioni che sono di presidio alla socialità negli ambiti rurali. E così come in città c’è una “cittadinanza”, in campagna c’è una “contadinanza”, che non si limita certo alla produzione, perché in città, il cittadino, non è soltanto un produttore, ma è mille altre cose. Riconoscere questo ruolo significa arricchire la sfera economica che è, oggi, fortemente depauperata in agricoltura. La chiusura drammatica di decine di migliaia di aziende ogni anno ci stanno indicando che il modello è arrivato a un punto di non ritorno e bisogna pensare a qualcosa di nuovo. Quindi riconoscere agli agricoltori le azioni di presidio del sociale, dell’ambiente e delle criticità del territorio significa trasformare l’agricoltura in un grande polo, di cui il nostro Paese si potrà servire in futuro.

Le emergenze che sono davanti agli occhi di tutti portano da un lato l’Europa a non comprendere i cambiamenti e a farsi “fortezza” e, dall’altro, portano le micro realtà ad assumere atteggiamenti spesso meno eleganti ma con le stesse tendenze culturali che finiscono comunque col dare risposte di chiusura. Ora con questa Legge abbiamo delle scadenze e, soprattutto, una comunità che sull’Agricoltura Sociale si sa muovere e che ci dà la possibilità di affrontare una sfida importante, grazie alla formazione e all’impegno collettivo. Pensiamo alle giovani generazioni, le nostre giovani generazioni, ma anche quelle che sono attratte o scappano da situazioni impossibili e arrivano e, nonostante tutto, continueranno ad arrivare da noi: è con loro che ci dobbiamo impegnare non solo in termini di accoglienza ma anche affinché possano diventare persone capaci di operare nel nostro Paese in modo qualificato, alla stregua di una tradizione che da noi è una tradizione raffinatissima, visto che la tradizione culturale italiana è una tradizione agricola. Noi abbiamo questa sfida: grandi masse che si spostano, giovani che non a caso guardano all’agricoltura, e la nostra risposta deve essere una risposta che prende in considerazione il fatto di far diventare l’azienda, come oggi si usa dire, multifunzionale. In qualche modo questo è quello che l’agricoltura è sempre stata: l’agricoltura ha fatto scuola, ha presidiato il territorio in molti modi, e quindi riconoscere in termini di funzionalità economica, e non in termini di assistenzialismo, che un territorio presidiato dall’agricoltura, per esempio, ci fa risparmiare in termini di risistemazioni, di regimazione delle acque, eccetera. Finché l’agricoltura presidia un territorio le aziende agricole svolgono questo ruolo importante.
In base a questo mi permetto di accennare alla Biodinamica, che è stata generosamente richiamata in questo contesto. L’idea sistemica della Biodinamica si basa su un principio ecologico: l’effetto della sinergia è superiore alla sommatoria delle parti. Questo principio, che è difficile da far comprendere ma i tempi matureranno anche in questo senso, è la base della agroecologia, da cui nasce la biodinamica. In effetti le azioni prese singolarmente non spiegherebbero, per esempio, gli effetti di salutogenesi. Ma solo se noi consideriamo la sinergia abbiamo certi risultati. Questo è il punto forte e, la sinergia, non è solo in termini di tecniche e di presidi agricoli o sanitari, ma significa tutta una serie di azioni che rendono sano un territorio che portano salutogenesi in termini preventivi e anche in termini di gestione di un territorio, di gestione delle emergenze sociali, delle emarginazioni e poi di quello che è l’assetto generale di un Paese.

Che forma avrà questo Paese? Questo era un Paese che aveva più della maggioranza delle persone che lavoravano sulla terra; oggi noi abbiamo volumetrie costruite che sono vuote, che sono vuote di senso, perché non c’è un modello agricolo che gli corrisponde. Abbiamo terre dove c’è una forte densità di popolazione urbanizzata e contemporaneamente appena usciti dai contesti urbani o metropolitani abbiamo l’abbandono, la non decifrabilità dei territori che pure sono luoghi destinati ad essere luoghi di lavoro e di occupazione. In modo spontaneistico i privati, i giovani, guardano alla nuova agricoltura e alla Biodinamica. Nelle aziende agricole Biodinamiche abbiamo la percentuale più alta di laureati e di donne; abbiamo imprese che fanno avanguardia, che fanno innovazione, e se i giovani – e chi si affaccia con speranza al cambiamento – vede queste realtà è necessario che vengano portate avanti azioni di sistema. Questa è la fortunata condizione in cui ci troviamo ora: penso che sia importante, anche dal punto di vista dell’azione parlamentare, riuscire a far percepire alla popolazione italiana che c’è una forte attenzione all’ambiente, non in termini di sogni bucolici, ma come risoluzione. Oggi ci sono spinte innovative e sociali fortemente radicate nei campi e, alcune forze, in politica, che fanno l’intelligenza delle leggi e le loro applicazioni e che si stanno impegnando su questo fronte come, per esempio, la lotta ai cambiamenti climatici. Farne virtù è un segnale che, in questo momento di stanchezza, secondo me, è fondamentale. Si sente molto spesso dire che non c’è sufficiente attenzione al mondo dell’agricoltura. Questo è un “cahier de doleance” che ha delle basi di realtà, ma arricchirebbe in termini di speranza far vedere che ci sono enormi potenzialità concrete.

Una cosa che non appare ma che invece secondo me va fatta emergere è che mentre un secolo fa era proprio il mondo operaio che era il depositario delle grandi istanze di innovazione, oggi non è lì che io vedo questa innovazione. Magari c’è l’ambizione ad avere un buon televisore, una macchina migliore, ma la forte innovazione è dove non ce l’aspettiamo: è nel mondo rurale che, tradizionalmente, è pensato come mondo della conservazione, un po’ come il mondo bellissimo che c’è stato raccontato da Olmi nei suoi film.

Oggi c’è una spiritualità, che si accompagna a quella tradizionale, che portano avanti giovani e agricoltori: trovare una collocazione per portare le proprie aspirazioni interiori e vederle realizzate nel nostro Paese. E c’è un contesto che, effettivamente, nonostante le tante criticità, ci aiuta ad osare diversamente.

Per tanti anni con APAB a Firenze ci siamo occupati della situazione carceraria: con l’ARSIA, l’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione del settore Agricolo della Regione Toscana, quando era sotto la guida della Mammuccini, portammo avanti uno studio: io ero il responsabile per la parte carceraria dell’Agricoltura Sociale e avevo raccolto le leggi tra cui la legge Muraglia (Legge 193/2000 “Norme per favorire l’attività lavorativa dei detenuti”) e tutte le altre opportunità giuridiche relative. Ci dicevamo: ma se è vero che un detenuto, nonostante tutte le condanne che l’Italia ha ricevuto per le condizioni carcerarie, ci costa sui 7.000 euro al mese, non si tratta di “buonismo” se, come avviene già in altri paesi, destiniamo 1.500 Euro al mese ad un’azienda familiare che, con le giuste condizioni giuridiche e facendo ovviamente una adeguata formazione, riceve l’incarico di far lavorare un detenuto. Lo Stato alla fine ci guadagna. Non si tratta di dire “non ci sono le risorse ed è un lusso che non ci possiamo permettere”. Basterebbe una pianificazione basata su considerazioni sane, su un nuovo modello agricolo, che ci aiuterebbe a realizzare azioni concrete sostenibili anche economicamente. Tra l’altro noi sappiamo che nel caso del carcere la recidiva di chi è stato inserito nel mondo del lavoro crolla e anche qui si tratta di razionalità del bene: io sono convinto che il bene deve portare un miglioramento altrimenti se è il male che frutta sbagliamo a posizionarci. Penso anche che in questo momento ci siano, oltre alle aspettative, una legge avanzata e un nucleo di persone che sta riflettendo in questo modo, e la sensibilità di fare discorsi di questo tipo alla Camera dei Deputati lo dimostra. Qui per esempio sono presenti gli amici di ANABIO CIA e ci troviamo concordi su questi argomenti. Finisco col dire che la Biodinamica intende fare proprio questo: mettere in sinergia, nei campi, gli animali, i terreni, gli esseri umani, e questo modello agroecologico e sistemico deve avere una coincidenza tra la logica delle cose e la loro essenza. Noi questo approccio lo portiamo in tutte le relazioni e questo libro ne è un esempio: tante persone, amici, che conosco da tempo, vi hanno scritto e penso che non bisogna dire “siamo in pochi, siamo sempre gli stessi” perché il valore è proprio questo. Ci sono persone che su queste tematiche sanno lavorare, che sono in realtà una enorme forza di cambiamento, cambiamento che può venire soltanto da un modo di lavorare in sinergia, ognuno con le sue qualità, per riuscire tutti insieme, ad essere effettivi.

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