Press "Enter" to skip to content

Crisi di un modello di sviluppo – Inquinamento e povertà

L’OSSERVATORE ROMANO -  lunedì 9 e martedì 10 maggio 2016

di CARLO TRIARICO

Il modello di sviluppo contemporaneo, basato sul consumo di energia fossile, degrada non solo l’ambiente, ma anche la stabilità politica, la salute e la sicurezza alimentare. La Giornata mondiale per la Terra, del 22 aprile, è stata l’occasione per mettere in evidenza quanto l’agricoltura sia oggi uno dei settori più colpiti dal sistema. Per questo gli accordi di Parigi sul clima sono un positivo, anche se timido, segnale per l’inversione di una tendenza potenzialmente irreversibile. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), massima autorità in fatto di clima, individua nell’emissione di gas serra la principale causa antropica dei cambiamenti climatici. Segnala che il 78% delle emissioni deriva dai combustibili fossili e dai processi industriali e che per contrastare il rischio di un disastro senza precedenti occorre ridurre da subito gli investimenti in fonti fossili. Lasciare nel sottosuolo una parte degli idrocarburi e sospendere gli incentivi sull’uso dei carburanti potrebbe rivelarsi quindi la scelta economica vincente.

Giacarta, 9 ottobre 2015:  la popolazione scende in piazza per protestare contro l’inquinamento

Per questo appare estremamente rischioso aver basato il sistema agricolo principalmente sull’uso di fonti petrolifere, da cui dipendono oggi macchinari, concimi e diserbanti dell’agricoltura. Diversi studi indicano invece una via promettente nella green economy, che risana investimenti e consumi, aumenta gli occupati e può determinare una ricchezza anche tramite il suo indotto, capace di superare fino a tre volte il valore della sua stessa produzione. Al contrario i cambiamenti climatici generati da causa antropica producono gravi danni socio-economici.

Oggi i Paesi Ocse sono responsabili da soli di meno della metà delle emissioni, mentre la quota prodotta dai Paesi emergenti cresce in modo sempre più rilevante. Sappiamo che le regioni meno sviluppate, le classi e le categorie più povere ed emarginate, non partecipano a un’equa distribuzione delle risorse e fruiscono meno degli altri dei privilegi del consumismo. Sono le meno inquinanti, ma proprio loro sono ovunque le più colpite dai danni generati dal sistema. Gli eventi climatici estremi annientano i quartieri bassi degli afroamericani a New Orleans e provocano carestie e fughe di grandi masse di disperati in Siria, innescando cambiamenti sociali di dimensioni epocali.

L’impiego del petrolio per incrementare la produzione agricola provoca anche lo spreco alimentare, con squilibri profondi. La produzione insostenibile di farine per l’alimentazione zootecnica, che devono essere importate da Paesi lontani, consente un consumo dissennato di proteine animali nei Paesi ricchi. I Paesi emergenti stanno copiando questo modello alimentare. Per produrre un chilo di carne occorrono molti chili di farina e quindi ancora più petrolio viene destinato all’agricoltura, per alzare le rese in campo. Sempre più terre coltivate nel Sud del mondo sono così sottratte ai bisogni alimentari locali per alimentare le vacche del Nord, trasformate in competitori alimentari degli esseri umani più poveri. Uno studio della Fao sosteneva perciò, già nel 2002, che una riduzione della destinazione di alimenti alla zootecnia avrebbe permesso di sfamare il mondo e praticare un’agricoltura sostenibile e più equa, con cui contrastare i cambiamenti climatici.

Gli effetti indiretti dei cambiamenti globali e di un uso smodato delle risorse generano danni che ricadono anche sui Paesi ricchi, dove è in aumento l’instabilità politica ed economica. Gli studiosi calcolano in milioni gli esseri umani che dal Sud del mondo sono destinati a inurbarsi o a migrare verso Nord nei prossimi tempi. Le grandi migrazioni non potranno dunque essere fronteggiate sui confini. Occorrerà invece governarle su ampia scala, programmarle in anticipo e supportarle dove occorre.

La povertà non sarà però comunque eliminata senza un cambio di modello. Serve da subito un nuovo modello agricolo capace di adattarsi ai cambiamenti e di farsi declinare in modo vario, nelle molteplici condizioni ecologiche e culturali del pianeta. La comunità internazionale ha convenuto che è urgente mitigare gli effetti di turbativa ambientale e ridurre le emissioni, per contenere l’aumento delle temperature. Ma bisogna anche prendere coscienza che il surriscaldamento globale aumenterà ancora per anni e che quindi si dovrà sviluppare un adattamento di lungo termine a queste difficili condizioni. Ciò consiglia l’adozione di buone pratiche ecologiche e resilienti e l’avvio di un’economia partecipativa e solidale.

Per acquisire questo nuovo indirizzo potremmo trarre diverse ispirazioni da quei contesti agricoli che praticano approcci virtuosi. È il caso di un’area di ventimila ettari nel deserto egiziano, che accoglie oggi quarantamila abitanti, dove oltre diecimila contadini dell’azienda biodinamica Sekem hanno reso fertile e ospitale la sabbia. È una comunità dove convivono musulmani e cristiani, dove ciascun gruppo si prende cura persino della manutenzione dei luoghi di culto degli altri. Luoghi della convivenza stanno sorgendo silenziosamente in più casi dalle società rurali e diventano esemplari rispetto alle scelte disperate e violente, certamente più rumorose. Potranno accogliere una migrazione programmata e prefigurare il modello agricolo che ispiri la riflessione su di un nuovo percorso umano e civile.

di Carlo Triarico

One Comment

  1. […] fece scalpore. Iniziarono gli attacchi di certe forze retrive contro la biodinamica. Quando a maggio 2016 scrissi di lui sull’Osservatore Romano e a gennaio ancora lanciai un allarme sulla […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *